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La pasta italiana è il 48,3% del commercio mondiale. Ma parte all'estero a 1,62 euro il chilo, e a quel prezzo le piccole imprese non hanno margine

La pasta italiana è il 48,3% del commercio mondiale. Ma parte all'estero a 1,62 euro il chilo, e a quel prezzo le piccole imprese non hanno margine

Immagine del redattore: Mattia Lumini
Mattia Lumini
26 ott
Tempo di lettura: 3 min

Il 21 ottobre 2026, a Roma, Unione Italiana Food e l'International Pasta Organisation hanno presentato i numeri della ventottesima edizione del World Pasta Day, celebrato il 25 ottobre. L'Italia resta il primo paese produttore al mondo: 4,2 milioni di tonnellate nel 2025, in crescita dello 0,8%, su una produzione mondiale di 17,3 milioni di tonnellate (fonti: EFA News, 21 ottobre 2026; Italia a Tavola, 24 ottobre 2026).

Il dato che conta per chi esporta, però, è un altro, ed è nella stessa cartella stampa.

Metà del commercio mondiale di pasta è italiano

Nel 2025 l'Italia ha esportato 2.456.940 tonnellate di pasta, il 2,1% in più rispetto al 2024, per un valore di 3.969 milioni di euro. Circa sei confezioni su dieci prodotte in Italia finiscono fuori dai confini nazionali. Complessivamente l'Italia rappresenta il 48,3% del commercio mondiale di pasta, e la pasta vale il 5,4% dell'intero export agroalimentare italiano (fonti: EFA News, 21 ottobre 2026; Italia a Tavola, 24 ottobre 2026).

Il primo mercato è la Germania, con 466.422 tonnellate, davanti a Stati Uniti, Francia e Regno Unito. L'Unione europea assorbe il 51,9% dei volumi, i paesi terzi il 48,1%. Nel primo semestre 2026 l'export cresce ancora, del 2,7% a volume (stesse fonti).

Sono numeri da leader di settore. Diventano un'altra cosa quando si dividono tra loro.

1,62 euro il chilo

3.969 milioni di euro divisi per 2.456.940 tonnellate fanno 1,62 euro al chilo. È il valore medio con cui la pasta italiana attraversa la frontiera.

A quel prezzo si muove un prodotto di volume: lotti grandi, listini annuali, promozioni concordate con la centrale acquisti, logistica a pallet interi. È un mercato che funziona, ed è la ragione per cui l'Italia tiene il 48,3% del commercio mondiale. Ma è un mercato in cui il margine si fa sulla scala, non sul prodotto.

Un pastificio artigianale non lavora a quelle condizioni, e non può farlo. La trafilatura al bronzo, l'essiccazione lenta a bassa temperatura, il grano da filiera tracciata, i formati regionali: ogni scelta che rende quella pasta diversa alza il costo industriale e riduce i volumi disponibili. Il prezzo di vendita è un multiplo di 1,62 euro, e deve esserlo.

Il problema non è il prezzo. È che il canale in cui quel prezzo regge non è lo stesso.

Due mestieri dentro lo stesso numero

La filiera della pasta italiana — coltivazione del frumento duro, molitura, trasformazione — vale 13,5 miliardi di euro di fatturato nel 2025, di cui 8,9 miliardi nella sola trasformazione, con 3 miliardi di valore aggiunto e 32.000 occupati (rapporto «Valore Pasta», The European House – Ambrosetti per i Pastai di Unione Italiana Food, settembre 2026; fonti: WineNews, 29 settembre 2026; Food Affairs, 28 settembre 2026).

Dentro quel perimetro convivono due mestieri diversi. Il primo vende tonnellate a catene europee che comprano a listino e misurano la rotazione a scaffale. Il secondo vende qualità certificata a retailer che hanno un reparto premium, una gastronomia, un'insegna di prossimità con clienti disposti a pagare il doppio — ed è il segmento su cui la domanda europea sta crescendo.

Per un'impresa del secondo tipo la difficoltà non è il prezzo. È arrivare al buyer giusto. Chi compra pasta di volume e chi compra pasta premium sono persone diverse, in reparti diversi, con capitolati diversi. Il pastificio da pochi addetti che scrive a una catena estera finisce quasi sempre nell'imbuto sbagliato, dove la prima domanda è quanti pallet alla settimana.

A quel punto la trattativa è già chiusa, e il prodotto non c'entra.

Cosa facciamo noi

IFFP – Italian Fine Food Producers lavora esattamente su questo passaggio. Non organizziamo fiere: selezioniamo un numero chiuso di imprese alimentari italiane e le portiamo davanti a buyer già profilati della grande distribuzione europea — quelli che comprano per il segmento in cui il prodotto ha senso — con incontri privati, presenza fisica nei punti vendita e un affiancamento che continua dopo il primo ordine. Lo facciamo in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency e con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Il percorso di selezione serve a questo: dire a un buyer che quel produttore è stato scelto e verificato, e che la proposta che ha davanti non va confrontata con un listino di commodity.

Se la tua impresa fa un prodotto che a 1,62 euro il chilo non può stare, non è un limite. È la ragione per cui serve un canale diverso.

Scopri il percorso di selezione IFFP su www.iffp.it — poche imprese, buyer reali, accompagnamento fino allo scaffale.

 
 
 

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