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L'export delle Dop italiane vale 12,3 miliardi. Ma la crescita è tutta fuori dall'Italia, dove le piccole imprese non arrivano

L'export delle Dop italiane vale 12,3 miliardi. Ma la crescita è tutta fuori dall'Italia, dove le piccole imprese non arrivano

Immagine del redattore: Mattia Lumini
Mattia Lumini
13 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Il 15 ottobre 2026, nella Sala degli Arcieri di Palazzo Ducale a Mantova, è stata firmata la «Dichiarazione di Mantova»: sei priorità che le Regioni europee chiedono di mettere al centro del Piano d'azione dell'Unione europea sulle Indicazioni Geografiche, atteso nel 2027. Il documento è stato sottoscritto durante l'assemblea generale di Arepo, l'associazione delle Regioni europee per i prodotti di origine, ospitata da Regione Lombardia, e consegnato ai rappresentanti delle istituzioni europee presenti (fonti: Varese Noi, 15 ottobre 2026; Food Affairs, 12 ottobre 2026).

Tra le sei priorità ce n'è una che vale la pena leggere con attenzione: trasformare la protezione giuridica di una denominazione in valore economico per chi produce. È un modo elegante per dire che il marchio, da solo, non vende.

Che cosa dicono i numeri della Dop economy

Il riferimento di tutti gli interventi di Mantova è il Rapporto Ismea-Qualivita 2025, presentato a Roma il 26 novembre 2025 con i dati dell'anno 2024. La Dop economy italiana vale 20,7 miliardi di euro alla produzione, in crescita del 3,5% sull'anno precedente. L'export di prodotti Dop e Igp arriva a 12,3 miliardi di euro, con un aumento dell'8,2% (fonti: Alimentando, 26 novembre 2025; Il Punto Coldiretti, 28 novembre 2025).

Il dato più interessante per chi produce cibo è quello del solo comparto alimentare, vino escluso: l'export supera per la prima volta i cinque miliardi e si ferma a 5,15 miliardi di euro, con un +12,7% in dodici mesi. Il valore alla produzione del cibo Dop e Igp è di 9,64 miliardi, in crescita del 7,7% (stesse fonti).

Sono numeri buoni. Diventano istruttivi quando si guarda dove quella crescita avviene.

La crescita è all'estero. In Italia lo scaffale è fermo

Nello stesso 2024, la spesa degli italiani per prodotti Dop e Igp nella grande distribuzione nazionale è stata di 6,2 miliardi di euro, con una crescita dell'1,1%: 4,3 miliardi per gli alimentari e 1,9 miliardi per il vino. Nei primi nove mesi del 2025 l'andamento si conferma attorno al +1,0% (fonti: Alimentando e Il Punto Coldiretti, già citati).

Il confronto è netto: +8,2% all'estero contro +1,1% in Italia. Il mercato interno non assorbe più la crescita del segmento certificato. Chi vuole crescere deve vendere fuori, e deve farlo soprattutto fuori dall'Unione europea, dove nel 2024 l'export Dop e Igp è salito del 10,4% contro il 5,9% dei mercati comunitari. Un quinto abbondante del totale — il 22% — finisce negli Stati Uniti.

Per un'impresa alimentare italiana questo significa una cosa sola: il canale che conta è quello estero, ed è anche il più costoso da costruire.

328 consorzi, e non tutti hanno un ufficio export

Il sistema italiano delle Indicazioni Geografiche conta 328 Consorzi di tutela riconosciuti, 183.823 operatori e 864.441 occupati (Rapporto Ismea-Qualivita 2025; dati ripresi a Mantova). È il più ampio d'Europa, ed è anche il più frammentato.

Un Consorzio di tutela controlla il disciplinare, difende il nome dalle imitazioni, promuove la denominazione. Non è una struttura commerciale: non negozia con un buyer, non gestisce un listino in valuta, non segue un riassortimento a scaffale in Germania o in Scandinavia. Quando il consorzio è grande, le imprese associate hanno comunque proprie reti di vendita. Quando è piccolo, le imprese restano sole con un marchio che vale molto sulla carta e pochissimo in una trattativa.

Lo ha detto a Mantova lo stesso Alessandro Beduschi, assessore all'Agricoltura di Regione Lombardia e presidente di Arepo, parlando della necessità di accompagnare all'internazionalizzazione «questi consorzi, che a volte sono piccoli», e misurando l'efficacia delle politiche europee sulla capacità di raggiungere le realtà meno strutturate (fonte: Varese Noi, 15 ottobre 2026).

È il punto esatto in cui una politica europea si ferma e comincia il lavoro commerciale. Il Piano d'azione del 2027 potrà rafforzare la tutela giuridica, finanziare la promozione, dare alle Regioni un ruolo nella governance. Non potrà presentare un produttore di salumi da otto addetti al responsabile acquisti di una catena europea, né rispondere al suo primo capitolato.

Cosa facciamo noi

IFFP – Italian Fine Food Producers lavora su quel passaggio. Non tuteliamo denominazioni e non organizziamo fiere: selezioniamo un numero chiuso di imprese alimentari italiane e le portiamo davanti a buyer già profilati della grande distribuzione europea, con incontri privati, presenza fisica nei punti vendita e un affiancamento che continua dopo il primo ordine. Lo facciamo in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency e con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Una certificazione dice che il prodotto è conforme. Il percorso di selezione IFFP dice a un buyer che quel produttore è stato scelto, verificato e seguito: è questo che rende la proposta credibile dall'altra parte del tavolo.

Se la tua impresa ha una denominazione, un disciplinare rispettato e nessuno che si occupi del canale estero, il problema non è il prodotto.

Scopri il percorso di selezione IFFP su www.iffp.it — poche imprese, buyer reali, accompagnamento fino allo scaffale.

 
 
 

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