
Formaggi italiani, export da record a 6,7 miliardi. Ma il 92% delle imprese dietro quel numero è piccola
Il 2025 si chiude con un record per il settore lattiero-caseario italiano: 6,7 miliardi di euro di export, il valore più alto di sempre, dentro un fatturato complessivo di filiera che tocca i 28,5 miliardi di euro. Lo ha comunicato Assolatte, l'associazione dell'industria lattiero-casearia italiana, nella sua assemblea del 18 giugno 2026: «Il settore lattiero-caseario italiano archivia il 2025 con risultati in crescita», ha dichiarato il presidente Paolo Zanetti, citando anche gli aumenti produttivi di burro (+6,8%), prodotti fermentati (+4,8%) e creme (+5%).
Sono numeri che confermano, comparto per comparto, quello che i dati generali sull'agroalimentare italiano raccontano da mesi su questo blog: l'Italia non vende più cibo, vende cibo che vale di più. Ma dietro il record da 6,7 miliardi c'è un dettaglio che riguarda da vicino chi produce, non solo chi legge i comunicati stampa.
Un settore fatto di quasi 2.200 imprese, quasi tutte piccole
Il comparto caseario vale l'11% dell'intero export alimentare italiano e occupa oltre 43.000 addetti in quasi 2.200 imprese attive. Non è un settore concentrato in pochi grandi gruppi industriali: è fatto in larga parte di caseifici a conduzione familiare, spesso legati a un disciplinare e a un territorio — lo stesso 17% di Indicazioni Geografiche registrate a livello nazionale che Assolatte rivendica come primato del comparto.
È lo stesso paradosso descritto la settimana scorsa su questo blog a proposito della concentrazione dell'export italiano: il settore cresce, ma a beneficiarne per primi sono gli operatori già strutturati per vendere all'estero. Per le migliaia di piccoli caseifici italiani — quelli che fanno il vero Parmigiano Reggiano, il vero Grana Padano, i formaggi di territorio che non escono quasi mai dai confini regionali — il record nazionale non si traduce automaticamente in un ordine dalla Germania o dai Paesi Bassi.
L'83% dei formaggi italiani resta in Europa
Un secondo dato, più fresco, arriva dai numeri CLAL sui primi cinque mesi del 2026: l'83% dell'export italiano di formaggi è concentrato in Europa. È la conferma di un mercato che assorbe la gran parte della produzione destinata all'estero — e che, come scriviamo spesso, resta il terreno più accessibile e più stabile per una piccola impresa che non ha una struttura export propria.
Fuori dall'Europa, i segnali però ci sono, e sono netti: nei primi cinque mesi del 2026 le esportazioni di formaggi italiani sono cresciute dell'8,2% verso il Giappone (5.611 tonnellate), del 9,6% verso il Canada (4.217 tonnellate) e del 24,8% verso l'Arabia Saudita (1.608 tonnellate). Volumi ancora piccoli rispetto al mercato europeo, ma in crescita a doppia cifra in uno dei tre casi — mentre l'export Dop-Igp verso gli Stati Uniti, nello stesso periodo, ha invece risentito dei dazi USA di cui avevamo scritto a fine luglio.
Il record c'è. Il canale, per una piccola impresa, ancora no
Il messaggio di questi due dati insieme è chiaro: il comparto caseario italiano cresce, e cresce soprattutto dove l'Italia può competere meglio — la qualità certificata, l'Europa come mercato di riferimento, qualche mercato extraeuropeo che comincia ad aprirsi. Ma la crescita aggregata di un settore fatto per il 92% di micro e piccole imprese* non dice nulla sulla capacità della singola impresa di raggiungere, da sola, un buyer tedesco o un distributore olandese.
È esattamente il lavoro di IFFP – Italian Fine Food Producers, in collaborazione con ITA Italian Trade Agency e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: selezionare i piccoli caseifici italiani pronti per l'export e costruire per loro relazioni dirette con la distribuzione europea — lo stesso mercato che oggi assorbe l'83% del formaggio italiano venduto all'estero, e che tra le categorie del paniere IFFP conta proprio i formaggi a denominazione e a lunga stagionatura tra le più richieste.
Il tuo caseificio produce qualità certificata ma il mercato europeo resta un obiettivo, non ancora un canale? Scopri come lavora IFFP su www.iffp.it.
* Il 92% deriva dalla quota di micro e piccole imprese nel tessuto alimentare italiano complessivo (dato Nomisma, 86% sotto i 10 dipendenti, già citato negli articoli precedenti); applicata al comparto lattiero-caseario descrive la stessa concentrazione strutturale rilevata da Assolatte sul numero di imprese attive.




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