
L'export agroalimentare sfonda i 72 miliardi. Ma a trainarlo sono quasi sempre le stesse quattro regioni
Il 10 settembre 2026 il CREA — Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria — ha presentato il nuovo Rapporto sul commercio con l'estero dei prodotti agroalimentari. Il titolo con cui la notizia ha girato sulla stampa di settore è quello giusto: l'export agroalimentare italiano ha chiuso il 2025 sopra i 72 miliardi di euro, in crescita del 5,6% sul 2024. Il sottosegretario al Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, Patrizio Giacomo La Pietra, lo ha definito una conferma che «il Made in Italy rappresenta una delle principali locomotive dell'economia nazionale». Il presidente del CREA, Andrea Rocchi, ha parlato di una «straordinaria capacità competitiva» del comparto, resiliente anche nelle tensioni commerciali internazionali.
Sono numeri veri e sono una buona notizia. Ma il Rapporto, letto oltre il titolo, dice anche dove quella crescita si forma — e la geografia non è distribuita come si potrebbe pensare.
Il 60% dell'export lo fanno quattro regioni
Secondo i dati CREA, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte concentrano da sole oltre il 60% del valore degli scambi agroalimentari italiani con l'estero. È la stessa area che possiede da decenni gli impianti di trasformazione su scala industriale, le piattaforme logistiche e le reti commerciali strutturate per vendere all'estero in modo continuativo.
Il resto d'Italia cresce, ma parte da una base più piccola e con un passo più incerto: la Sicilia segna un +12,8%, la Calabria un +10,2% — percentuali più alte delle regioni del Nord — ma su volumi assoluti molto più contenuti. La Toscana, patria di alcune delle denominazioni più riconosciute all'estero, arretra del -7,2%. La Campania resta sostanzialmente stabile.
È lo stesso paradosso di cui scriviamo spesso su questo blog, letto questa volta sulla mappa invece che sul fatturato delle imprese: il comparto alimentare italiano cresce nel suo complesso, ma la crescita si deposita dove esiste già una struttura per intercettarla. Un caseificio in Sicilia o un frantoio in Calabria non produce necessariamente un prodotto meno competitivo di un salumificio emiliano — produce, più spesso, senza una filiera commerciale capace di portare quel prodotto oltre confine con continuità.
L'olio: più litri venduti, meno valore incassato
Il Rapporto CREA offre anche un caso singolo che vale più di molte tabelle. Nel 2025 l'Italia ha esportato più olio extravergine d'oliva in volume, con un +18,2%. Ma il valore di quell'export è calato del 17,2%. Tradotto: i frantoi italiani hanno venduto più litri all'estero e ci hanno guadagnato meno.
Non è un dettaglio tecnico. Succede quando il prezzo medio a cui un prodotto viene venduto crolla più in fretta delle quantità che riescono a compensarlo — tipicamente perché la pressione della concorrenza, o di un dazio all'importazione come quello applicato dagli Stati Uniti sull'agroalimentare europeo, spinge i produttori a scontare pur di non perdere lo scaffale. È una dinamica che un grande gruppo può assorbire per qualche trimestre. Per un piccolo frantoio, il margine che sparisce è il margine con cui avrebbe dovuto pagare la prossima raccolta.
Cosa dice il quadro d'insieme
Il resto della fotografia CREA conferma la traiettoria che seguiamo da mesi su questo blog. Le categorie in crescita più netta sono quelle a maggiore trasformazione e riconoscibilità: dolciario a base di cacao +21,4%, caffè torrefatto +23,6%, formaggi +13,4%, frutta fresca +14,6%. Il Made in Italy in senso stretto — i prodotti tipici, non le materie prime — vale 52,2 miliardi di euro, il 72,5% dell'intero export agroalimentare, in crescita del 3,7%.
E ancora una volta è l'Unione Europea a fare da base stabile: assorbe il 59,5% dell'export italiano, con la Germania primo mercato a 11 miliardi di euro (+5,7%) e la Francia seconda a 8 miliardi (+6,2%). Gli Stati Uniti, terzo mercato, arretrano del -4,2% a 7,55 miliardi — l'effetto dei dazi di cui avevamo scritto su questo blog lo scorso 27 luglio si vede ora nei dati consuntivi.
Il problema non cambia. Cambia solo dove lo vediamo
Ogni volta che guardiamo questi numeri da un'angolazione diversa — per dimensione d'impresa, come nel Rapporto ICE di fine luglio, o per territorio, come in questo Rapporto CREA — troviamo la stessa cosa: l'export alimentare italiano cresce, ma cresce per chi ha già un canale. Chi produce qualità in una regione senza una struttura export consolidata, o chi vende un prodotto — come l'olio — dove la pressione sui prezzi rischia di erodere il margine, ha bisogno esattamente dello stesso lavoro che serve a un piccolo caseificio siciliano o a un frantoio calabrese: una selezione seria, una preparazione per il mercato di destinazione, e relazioni dirette con buyer che cercano proprio quel prodotto.
È il lavoro di IFFP – Italian Fine Food Producers, in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency e con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: portare le piccole imprese alimentari italiane — a prescindere dalla regione in cui producono — davanti alla distribuzione europea, con relazioni costruite e non con un catalogo spedito a freddo.
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