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Il cibo italiano cresce più della media dell'export. Ma a venderlo all'estero sono in pochissimi

Immagine del redattore: Mattia Lumini
Mattia Lumini
24 ago
Tempo di lettura: 3 min

Il 16 luglio 2026 ISTAT e ICE Agenzia hanno presentato insieme due documenti che restituiscono la fotografia più aggiornata dell'Italia nei commerci mondiali: la 28ª edizione dell'Annuario statistico Istat-Ice e il Rapporto ICE 2025-2026 "L'Italia nell'economia internazionale", giunto al quarantesimo anno di pubblicazione. Tra le tante cifre, una riguarda da vicino chi produce e vende cibo italiano all'estero: nel 2025 le esportazioni di prodotti alimentari, bevande e tabacco sono cresciute del 4,3%, più della media dell'export manifatturiero italiano, fermo al 3,2%. Il comparto alimentare, ancora una volta, corre più veloce del resto del sistema Italia.

Il paradosso: cresce il settore, non le imprese che lo vendono

C'è però un secondo dato, meno citato ma più importante per chi guida una piccola impresa alimentare. Il Rapporto ICE fotografa la concentrazione dell'export italiano: gli operatori con un fatturato estero superiore a 50 milioni di euro sono appena l'1,1% del totale delle imprese esportatrici — 126.491 unità su una platea molto più ampia — ma generano da soli il 60,2% delle vendite complessive all'estero.

All'altro capo della scala, tra le imprese che hanno esportato nel periodo 2017-2025, il 77,8% non appartiene a un gruppo multinazionale. Sono la stragrande maggioranza degli esportatori italiani. Eppure, messe insieme, pesano per circa un quinto dell'export nazionale.

Tradotto: la crescita dell'export alimentare italiano c'è, è reale, ed è superiore alla media. Ma a intercettarla, per ora, sono soprattutto i pochi operatori già strutturati per farlo. Le migliaia di piccole imprese alimentari italiane — quelle che fanno il prodotto, spesso il migliore — restano ai margini di una crescita che il loro stesso lavoro contribuisce a generare.

Non è un problema nuovo, ma i numeri lo confermano ogni volta

È lo stesso paradosso che avevamo già descritto su questo blog a partire dai dati Nomisma: solo il 15% delle imprese alimentari italiane esporta, e l'86% ha meno di dieci dipendenti. Il Rapporto ICE 2025-2026 aggiunge un tassello: non è solo che poche imprese esportano, è che tra quelle che lo fanno, la parte del leone la fa una minoranza già grande e già strutturata. Il divario si autoalimenta — chi ha già una struttura export cresce, chi non ce l'ha resta fermo, anche quando il prodotto è competitivo quanto quello del vicino di distretto.

Anche la geografia pesa

Il Rapporto segnala anche una crescita molto diseguale tra territori nel 2025: il Centro Italia segna un +13,2%, il Nord-Ovest un +2,3%, il Nord-Est un +2%, mentre il Mezzogiorno arretra del -1,2%. Sono numeri che riguardano l'export nel suo complesso, non solo l'alimentare, ma per un settore fatto in larga parte di piccole imprese diffuse su tutto il territorio — dai caseifici siciliani ai pastifici pugliesi, dai salumifici emiliani agli oleifici calabresi — la lezione è la stessa: la crescita non arriva automaticamente. Arriva dove qualcuno costruisce le condizioni perché arrivi.

Cosa significa per chi produce, non per chi già esporta

Il messaggio di questi dati non è che l'export alimentare italiano rallenta: cresce, e cresce più della media. Il messaggio è che la crescita, oggi, si distribuisce in modo molto ineguale — e che la differenza tra chi la intercetta e chi resta fuori non è quasi mai la qualità del prodotto. È la capacità di arrivare in modo strutturato davanti a chi acquista.

È esattamente il divario su cui lavora IFFP – Italian Fine Food Producers, in collaborazione con ITA Italian Trade Agency e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: selezionare le imprese alimentari italiane più piccole ma già pronte per l'estero, e costruire per loro il canale che oggi hanno solo i grandi operatori — relazioni dirette con la distribuzione europea, non fiere generaliste.

La tua impresa produce qualità ma fatica a intercettare la crescita dell'export alimentare italiano? Scopri come lavoriamo su www.iffp.it.

 
 
 

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