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Mozzarella di bufala, l'export cresce. Ma un terzo finisce in un solo paese

Immagine del redattore: Mattia Lumini
Mattia Lumini
7 set
Tempo di lettura: 3 min

Il 6 settembre 2026, a Napoli, il Bufala Fest ha festeggiato la sua decima edizione con una tavola rotonda dal titolo «Flussi di gusto», dedicata al futuro della filiera bufalina tra turismo sostenibile e patrimonio Unesco. Nicola Caputo, consigliere del Ministro degli Esteri per l'internazionalizzazione della filiera agroalimentare, ha usato parole nette: «L'export italiano va benissimo: nel mondo intero c'è grande fame di Made in Italy». Ha aggiunto un consiglio rivolto direttamente alle imprese: unirsi in consorzi per competere meglio sui mercati esteri. Al suo fianco, Antonio Torrente dell'Unione degli Industriali di Napoli ha aggiunto un avvertimento altrettanto diretto: bisogna far crescere il fatturato «anche oltre mozzarella e pasta».

Sono due frasi che, lette insieme ai numeri più recenti del comparto, raccontano esattamente il tipo di paradosso che descriviamo spesso su questo blog: un prodotto che va fortissimo all'estero, ma la cui crescita si concentra in modo tale da lasciare scoperte le imprese che non hanno, da sole, la forza di diversificare.

I numeri dietro il record

Il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP ha comunicato, il 13 maggio 2026, che nel 2025 la produzione certificata ha raggiunto i 57 milioni di chili, con il 37% destinato all'esportazione. È un comparto che vale l'eccellenza casearia italiana nella sua forma più riconoscibile: un prodotto fresco, non stagionabile, legato a un disciplinare stretto e a un territorio preciso tra le province di Caserta, Salerno, Napoli e alcune aree limitrofe, sostenuto — secondo i dati che il Consorzio pubblica sul proprio sito — da oltre 1.300 allevamenti impegnati nel ciclo produttivo.

È un settore che, per struttura, assomiglia da vicino a quello lattiero-caseario nel suo complesso: il 2025 si è chiuso per l'intero comparto caseario italiano con un record di 6,7 miliardi di euro di export, dentro un tessuto fatto in larga parte di caseifici piccoli e a conduzione familiare, come avevamo scritto su questo blog la settimana scorsa a proposito dei dati Assolatte. La mozzarella di bufala non fa eccezione: dietro il chilo che parte per l'estero c'è quasi sempre un'impresa di dimensioni contenute, per cui l'export non è un canale già consolidato ma un obiettivo da costruire pezzo per pezzo.

Un mercato che vale un terzo

Il secondo dato, comunicato dal Consorzio il 4 giugno 2026 in occasione di una presenza fieristica a Parigi, riguarda la distribuzione geografica di quel 37% che esce dai confini italiani: la Francia assorbe da sola il 33,6% dell'export complessivo di Mozzarella di Bufala Campana DOP. Il presidente del Consorzio, Domenico Raimondo, ha parlato di un mercato dove «il prodotto italiano gode di forte apprezzamento» — ed è un dato di fatto, non una forzatura promozionale: un consumatore francese su tre della mozzarella DOP consumata all'estero sceglie proprio questo prodotto.

Ma è anche, letto dal punto di vista di un piccolo produttore, un segnale da prendere sul serio. Un export che per un terzo dipende da un solo mercato è una crescita reale, ma anche una crescita esposta: un cambio nei consumi, una nuova barriera commerciale o semplicemente un rallentamento della domanda francese si sentirebbero immediatamente, senza che gli altri mercati europei — Germania, Paesi nordici, Benelux, dove la domanda di prodotti italiani di qualità sta comunque crescendo — abbiano avuto il tempo di diventare un canale altrettanto solido.

«Fare squadra» è più facile a dirsi che a farsi da soli

L'invito di Nicola Caputo a costruire consorzi non è retorica da convegno: è la risposta più concreta a un problema strutturale che conosciamo bene. Un singolo caseificio, per quanto il suo prodotto sia eccellente, difficilmente ha il tempo, le competenze commerciali e i contatti diretti per presidiare da solo un secondo o un terzo mercato europeo oltre a quello in cui è già presente. Serve qualcuno che verifichi il prodotto, prepari la documentazione nella forma che un buyer tedesco o olandese si aspetta, e costruisca l'occasione di incontro — non un catalogo spedito a freddo, ma una relazione diretta con chi decide gli acquisti.

È esattamente il lavoro di IFFP – Italian Fine Food Producers, in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency e con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: selezionare le piccole imprese casearie italiane pronte per l'export — a partire da quelle legate a denominazioni forti come la Mozzarella di Bufala Campana DOP — e costruire per loro relazioni dirette con la distribuzione europea, su più mercati e non su uno soltanto.

Il tuo caseificio produce una DOP riconosciuta ma l'export resta concentrato su un solo mercato o su un solo cliente? Scopri come lavora IFFP su www.iffp.it.

 
 
 

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