
Il paradosso dell'agroalimentare italiano: cresce del 5%, ma 6 imprese su 7 restano fuori dall'export
Nel 2025 l'export agroalimentare italiano ha toccato 72,5 miliardi di euro, con una crescita del 5% sull'anno precedente e un tasso composto dell'8,1% dal 2019 a oggi — un ritmo superiore a quello dell'export italiano nel suo complesso. Un bene su dieci che lascia i confini nazionali appartiene alla filiera agroalimentare. Formaggi e lattiero-caseario segnano +13,7%, i prodotti alimentari +12,7%, le carni +10,4%. L'Emilia-Romagna, da sola, vale 13,1 miliardi (+8%).
Sono numeri che raccontano un'eccellenza riconosciuta in tutto il mondo. Ma dietro questo successo si nasconde un paradosso che riguarda da vicino le piccole imprese alimentari italiane: solo il 15% delle circa 54.000 aziende del settore esporta. L'86% ha meno di dieci dipendenti e genera appena il 10% del fatturato complessivo del comparto. La propensione all'export nell'alimentare resta sotto il 30%, contro il 48% della manifattura in generale.
Perché questo divario non è più sostenibile
Il mercato interno italiano si sta restringendo: entro il 2050 la popolazione scenderà da 59,2 a 54,2 milioni di abitanti, con gli over 65 che passeranno dal 23,5% al 34,9% del totale. Meno consumatori, consumatori più anziani, consumi domestici in calo (-3,8% nel solo 2024). Per una piccola impresa alimentare, restare legata al solo mercato nazionale significa scommettere su una domanda che si riduce anno dopo anno.
Allo stesso tempo, le opportunità fuori dai confini nazionali non sono mai state così concrete. Il Piano d'Azione per l'Export del governo stima un potenziale di 85 miliardi di euro su mercati emergenti — Asia-Pacifico, Africa, America Latina, Golfo — di cui 35 miliardi solo in Asia, dove secondo le analisi SACE si concentrerà quasi un terzo della nuova domanda alimentare globale entro il 2034. Mercati come il Marocco (+71,2%), la Turchia (+14%) e la Polonia (+15,6%) stanno già assorbendo quote crescenti di Made in Italy, mentre Corea del Sud, Vietnam e India si affacciano come nuove frontiere per i prodotti di qualità. Non a caso, 7 imprese italiane su 10 stanno già lavorando per diversificare i propri mercati.
Il vero ostacolo non è la qualità, è la struttura
Nessuno mette in discussione la qualità dei prodotti italiani: DOP, IGP, STG e filiere tracciate sono un patrimonio che il mondo riconosce e cerca. Il problema, per la maggior parte delle piccole imprese alimentari, è strutturale: mancano il tempo, le competenze specialistiche e i contatti diretti con i canali di distribuzione europei e internazionali per trasformare un prodotto eccellente in un prodotto esportato. Come sintetizza Denis Pantini di Nomisma, è "un paradosso: un potenziale di crescita globale enorme che le lacune strutturali attuali impediscono di sfruttare pienamente".
È esattamente qui che nasce il lavoro di IFFP – Italian Fine Food Producers: costruire, insieme a ITA Italian Trade Agency e al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, percorsi concreti di partnership tra piccole imprese alimentari italiane selezionate e le grandi reti distributive europee. Non improvvisazione, ma un ponte strutturato tra chi produce eccellenza e chi, in Europa e oltre, la sta cercando attivamente.
Il momento è adesso
I dati sono chiari: la domanda internazionale di prodotti alimentari italiani di qualità cresce più velocemente della capacità delle piccole imprese di raggiungerla. Chi si muove per primo — costruendo relazioni solide con i mercati esteri, entrando nelle reti di distribuzione giuste, presentandosi con gli strumenti e le certificazioni corrette — si assicura oggi lo spazio che la domanda globale sta aprendo per i prossimi dieci anni.
Per una piccola impresa alimentare italiana, la domanda non è più se esportare, ma con chi farlo in modo strutturato e sostenibile.
Vuoi capire se la tua impresa è pronta per l'export europeo? Scopri come IFFP accompagna le eccellenze alimentari italiane verso i mercati internazionali su www.iffp.it.




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