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Export agroalimentare a 67 miliardi: il vero record del 2025 non è quanto l'Italia vende, ma come lo vende

Immagine del redattore: Mattia Lumini
Mattia Lumini
17 ago
Tempo di lettura: 3 min

Nel 2025 l'export agroalimentare italiano ha superato i 67 miliardi di euro, con un saldo commerciale sopra i 15 miliardi di euro — più che quadruplicato rispetto ai 3,6 miliardi del 2015. Lo certifica il Rapporto sull'Economia Agroalimentare dell'Ufficio Studi di BPER Banca, pubblicato il 16 agosto 2026. Ma il dato più interessante non è quello che salta subito all'occhio: negli ultimi 15 anni l'export è cresciuto in media del 6,1% l'anno in valore, contro un +3,1% in quantità. Tradotto: l'Italia agroalimentare non vende soltanto di più, vende a prezzi più alti. E questo cambia tutto per chi produce qualità su piccola scala.

Il vero numero è la qualità, non il fatturato

Nel 2025 i prodotti di fascia alta valgono il 40% del valore dell'export agroalimentare italiano, contro il 24% del 2015. In un decennio l'Italia ha spostato quasi un quinto del proprio export verso il segmento premium — non producendo di più, ma producendo meglio e vendendolo per quello che vale. I prodotti che trainano questa crescita sono un elenco familiare a chiunque segua le piccole imprese alimentari italiane: caffè torrefatto, pasta di grano duro, formaggi DOP come Grana Padano e Parmigiano Reggiano, Prosecco DOP, oltre a salumi affumicati, prodotti da forno e vini IGP.

Non sono, quasi mai, prodotti industriali di massa. Sono i prodotti a denominazione, a disciplinare, a tracciabilità di filiera che le piccole e medie imprese italiane — spesso a conduzione familiare — sanno fare meglio di chiunque altro. Il dato BPER conferma con i numeri quello che su questo blog ripetiamo da mesi: la strada dell'export alimentare italiano non passa dalla scala, passa dalla qualità certificata.

L'Europa resta la casa più sicura, e cresce ancora

Un secondo dato conferma un tema già affrontato nelle scorse settimane su questo blog: la quota di export diretta verso l'Unione Europea è salita al 60% circa nel 2025, dal 56,5% del 2015. Mentre l'Europa si rafforza come mercato di riferimento, le previsioni per il primo semestre 2026 indicate dal rapporto BPER segnalano un Nord America in calo del -9,3% e un'area MENA in flessione del -7,3% — la conferma, aggiornata, di quanto scrivevamo a fine luglio a proposito dei dazi USA e della necessità per le PMI di diversificare i mercati di sbocco.

A completare il quadro, un'analisi Forbes Italia dello scorso 12 agosto colloca l'Italia al primo posto in Europa per quota di export agroalimentare, con il 16,9% del totale UE — davanti a Spagna (16,5%), Francia (13,7%) e Germania (12,9%). Tra i singoli mercati di destinazione, la Germania resta il primo cliente con 11,2 miliardi di euro, seguita da Francia (7,9 miliardi) e Stati Uniti (7,4 miliardi). Un'ulteriore riprova che, mentre l'incertezza sui dazi statunitensi continua a pesare, il mercato europeo assorbe la crescita e offre alle imprese italiane la base più stabile da cui ripartire.

Perché questo riguarda proprio le piccole imprese alimentari italiane

Il messaggio che emerge da questi numeri è più incoraggiante di quanto sembri a prima vista. L'Italia agroalimentare non sta vincendo la sfida dell'export competendo sui volumi con le grandi potenze agricole mondiali — è una battaglia che, con un tessuto produttivo fatto per l'86% di aziende sotto i dieci dipendenti, non avrebbe senso combattere. Sta vincendo spostando il proprio export verso l'alto: più qualità, più denominazione, più prezzo per unità venduta. Ed è esattamente il terreno su cui le piccole imprese alimentari italiane — quelle che fanno il vero Parmigiano Reggiano, il vero Prosecco DOP, la vera pasta di grano duro — competono a armi pari, e spesso vincono.

Il problema, come raccontano i distretti agroalimentari di cui abbiamo scritto due settimane fa, non è la qualità del prodotto: è la capacità di raggiungere in modo stabile la grande distribuzione europea. È qui che lavora IFFP – Italian Fine Food Producers, in partnership con ITA Italian Trade Agency e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: selezionare le piccole imprese alimentari italiane che hanno già il prodotto giusto per il segmento che sta trainando l'intero export nazionale, e costruire per loro il ponte verso i mercati distributivi europei che oggi assorbono il 60% della crescita.

Il 2025 dimostra che la strategia della qualità funziona su scala nazionale. La domanda per ogni piccola impresa alimentare italiana è se ha già il partner giusto per farla funzionare anche per sé.

La tua impresa alimentare produce qualità, ma fatica a portarla sugli scaffali giusti in Europa? Scopri come IFFP costruisce quel ponte su www.iffp.it.

 
 
 

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