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I distretti agroalimentari sfiorano i 30 miliardi di export: la lezione per le piccole imprese alimentari italiane

Immagine del redattore: Mattia Lumini
Mattia Lumini
10 ago
Tempo di lettura: 3 min

Nel 2025 i distretti agroalimentari italiani hanno esportato 29,96 miliardi di euro, il valore più alto mai registrato, con una crescita del +4,1% sul 2024. Lo certifica il Monitor dei Distretti Agro-alimentari di Intesa Sanpaolo, curato dalla ricercatrice Rosa Maria Vitulano su dati Istat aggiornati a marzo 2026. Un numero che da solo vale il 42% dell'intero export agroalimentare nazionale, secondo lo stesso studio — la conferma che gran parte del successo del Made in Italy a tavola nasce fuori dalle grandi città, in filiere territoriali fatte quasi interamente di piccole e medie imprese.

È un dato che merita attenzione perché racconta qualcosa di diverso rispetto ai numeri aggregati di cui parliamo di solito su questo blog: non solo quanto esporta l'Italia agroalimentare, ma come ci riesce quando le piccole imprese si organizzano insieme, sullo stesso territorio, attorno allo stesso prodotto.

Cosa sono i distretti, e perché riguardano proprio le piccole imprese alimentari

I distretti agroalimentari sono cluster territoriali di produttori specializzati sullo stesso prodotto o sulla stessa filiera: il lattiero-caseario tra Lombardia sud-orientale, Reggio Emilia e il Parmense, i salumi modenesi, l'olio toscano, i vini delle Langhe, il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene e i vini trentini, il caffè torinese, il riso di Pavia e Vercelli, le mele dell'Alto Adige e del Trentino, l'ortofrutta romagnola. Sono esattamente il tipo di impresa di cui parliamo spesso in questo spazio: aziende piccole, spesso a conduzione familiare, che da sole avrebbero poche risorse per affacciarsi sui mercati esteri, ma che insieme — attorno a un disciplinare, a una denominazione, a un consorzio — costruiscono una reputazione e una scala che il singolo produttore non potrebbe raggiungere.

Ed è proprio questo il punto: quando le piccole imprese alimentari italiane trovano un modo strutturato per presentarsi insieme ai mercati, i risultati si vedono. I distretti crescono più della media del comparto, a dimostrazione che la frammentazione — l'86% delle aziende alimentari italiane ha meno di dieci dipendenti, come raccontavamo nel nostro primo articolo — non è un destino, se esiste un'organizzazione capace di fare da ponte verso l'estero.

Dentro il dato aggregato, due velocità familiari

Come già visto nei numeri nazionali del primo trimestre 2026, anche dentro i distretti la crescita non è uniforme. L'ortofrutta romagnola vola a 927 milioni di euro (+17,4%), il caffè torinese segna un +24,5%, il lattiero-caseario aggiunge 346 milioni di euro e l'agricoltura distrettuale nel complesso 504 milioni. Ma l'olio toscano arretra del -27%, in linea con la crisi del comparto olivicolo già raccontata nel nostro articolo di inizio agosto sulla missione in Danimarca (dove l'olio d'oliva nazionale segnava un -29% nel primo trimestre) e con le difficoltà di vino e olio sul mercato statunitense colpito dai dazi.

Il messaggio resta coerente con quanto scritto nelle scorse settimane su questo blog: non basta essere organizzati in filiera per essere al riparo. Contano anche la diversificazione dei mercati di sbocco, l'esposizione a un singolo Paese o a un singolo canale, la capacità di adattarsi quando un mercato cambia le regole da un giorno all'altro. I distretti più solidi — lattiero-caseario, ortofrutta, caffè — sono spesso anche quelli con la rete commerciale più distribuita su più Paesi europei ed extraeuropei.

Perché questo riguarda il lavoro di IFFP

Il dato dei distretti conferma, con i numeri, l'intuizione alla base del lavoro di IFFP – Italian Fine Food Producers: le piccole imprese alimentari italiane hanno tutto il potenziale per competere sui mercati internazionali, ma quel potenziale si esprime pienamente solo quando esiste una struttura — un consorzio di distretto, o un partner come IFFP — capace di connetterle in modo stabile alle reti di distribuzione europee. I distretti dimostrano che il modello funziona su scala locale; il nostro lavoro, in partnership con ITA Italian Trade Agency e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è replicare lo stesso principio anche per le tantissime piccole imprese alimentari italiane che non hanno alle spalle un distretto strutturato, o che dentro il proprio distretto faticano comunque a raggiungere da sole la grande distribuzione estera.

Perché il traguardo dei 30 miliardi non è un punto di arrivo: è la prova che, quando le piccole imprese alimentari italiane trovano il ponte giusto verso l'estero, i mercati rispondono.

La tua impresa alimentare fa parte di un distretto, ma fatica comunque a raggiungere la grande distribuzione europea? Scopri come IFFP costruisce quel ponte su www.iffp.it.

 
 
 

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