
Due velocità: perché l'agroalimentare italiano cresce e arretra insieme (e cosa ci insegna la missione di 23 piccole imprese a Copenaghen)
Fine luglio 2026, Copenaghen: 23 piccole imprese alimentari abruzzesi — ventricina del Vastese, zafferano dell'Aquila DOP, tartufi, oli extravergine, vini di Montepulciano e Trebbiano, pasta artigianale, formaggi, miele, legumi, farine, birre agricole — incontrano 56 operatori del mercato danese: buyer, importatori, distributori, chef, sommelier, giornalisti. Non una fiera generalista, ma un incontro mirato, costruito insieme all'Ambasciata d'Italia, alla Camera di Commercio Italiana in Danimarca e a ICE, con la Confederazione AEPI a rappresentare — ancora una volta — le micro imprese del comparto.
È un evento piccolo, in una regione sola. Ma è anche il ritratto in miniatura di un problema che riguarda l'intero comparto agroalimentare italiano in questo momento: la crescita c'è, ma non è uguale per tutti, e non basta più aspettare che arrivi da sola.
Un primo trimestre 2026 che racconta due storie diverse
I dati CREA sul primo trimestre 2026 mostrano un settore agroalimentare che continua a correre più veloce del manifatturiero: +0,7% di produzione contro +0,3%. Ma sotto questo dato aggregato, la fotografia è più complicata. Il fatturato dell'industria alimentare è calato del 2%, con un -1,9% sul mercato interno e un -1,6% su quello internazionale.
Guardando ai singoli comparti, il quadro si spacca in due. Da un lato lattiero-caseario (+4,3%) e frutta fresca tengono e crescono. Dall'altro vino (-8%), dolciario (-6%), bevande (-2,9%) e soprattutto olio d'oliva (-29%) soffrono in modo marcato. Anche a livello geografico la stessa impresa può vivere destini opposti a seconda del mercato: le esportazioni crescono verso Polonia e Spagna, calano verso la Germania e crollano verso gli Stati Uniti (-17,8%, colpendo soprattutto vino, olio e pasta) — a conferma di quanto raccontavamo la settimana scorsa sull'impatto dei dazi USA sulle PMI del settore. Interessante notare che non tutti i prodotti italiani hanno subito lo stesso destino sul mercato americano: Grana Padano, Parmigiano Reggiano, conserve di pomodoro e sughi hanno tenuto anche lì, segno che le denominazioni più riconosciute restano un valore che il mercato premia comunque.
Le regioni e le imprese che si muovono per tempo reggono meglio
Anche in questo scenario a due velocità, non tutte le regioni italiane stanno vivendo lo stesso 2026. L'Abruzzo, ad esempio, ha superato i 10 miliardi di euro di export nel 2025 ed è tra le regioni con la crescita più marcata nel primo trimestre 2026 — un andamento che ricalca quanto già osservato per l'Emilia-Romagna e la Toscana di fronte allo shock dei dazi USA: le realtà che si muovono con relazioni commerciali strutturate e mercati diversificati assorbono meglio le turbolenze di chi dipende da un solo canale o da un solo Paese.
La missione di Copenaghen non è un episodio isolato: è la dimostrazione pratica di che cosa significhi, per una piccola impresa alimentare italiana, costruire quel tipo di relazione. Un'azienda di dieci o quindici dipendenti raramente ha le risorse per organizzare da sola un incontro con 56 buyer internazionali, gestire la logistica diplomatica, farsi conoscere da chi in Danimarca decide cosa mettere sugli scaffali o in carta. Serve un intermediario istituzionale o professionale che apra la porta — Ambasciata, Camera di Commercio, ICE, una confederazione di categoria — perché il prodotto, da solo, per quanto eccellente, non basta a superare la distanza tra un piccolo produttore e un mercato estero strutturato.
Il messaggio per le piccole imprese alimentari italiane
Mettendo insieme i due livelli di lettura — i dati nazionali sul primo trimestre 2026 e il caso concreto della missione in Danimarca — il messaggio è coerente con quanto emerso nei nostri articoli precedenti: la domanda internazionale di prodotti italiani di qualità resta solida, ma la crescita si concentra su chi arriva strutturato, su più mercati, con relazioni già costruite. Chi resta legato a un solo canale o a un solo Paese — che siano gli Stati Uniti colpiti dai dazi o un mercato interno sempre più maturo — si trova esposto proprio nei momenti in cui il quadro cambia.
È esattamente il lavoro che IFFP – Italian Fine Food Producers porta avanti ogni giorno, in partnership con ITA Italian Trade Agency e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy: costruire per le piccole imprese alimentari italiane selezionate lo stesso tipo di ponte che 23 aziende abruzzesi hanno trovato a Copenaghen — ma verso le grandi reti di distribuzione europee, in modo strutturato e continuativo, non come singolo evento.
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